Viaggiare di notte
Mi piace viaggiare di notte. Fin da quando ero piccolo. E quando ero piccolo viaggiare voleva dire solo due cose: in montagna a sciare o in toscana dai nonni a fare il bagno. I miei viaggi, ai tempi, erano solo questi. Quando andavamo al mare, però, la partenza era di quelle cosiddette intelligenti, di solito per l'ora di pranzo, quando tutti sono da qualche parte a mangiare e l'autostrada è deserta. Arrivo previsto a metà pomeriggio, giusto il tempo di qualche gioco in giardino e poi di corsa su in casa, seduti ad un tavolo enorme, completamente ricoperto di piatti da portata pieni di carne annegata in sughi gustosi e invitanti, nati apposta per fare l'adorata scarpetta con una bella fetta di pane.
Il viaggio in montagna, invece, era diverso.
Non si sa perché, forse perché partivamo subito dopo che papà aveva finito di lavorare, forse perché era meglio arrivare di venerdì per poter sciare due giorni pieni. Non lo so. Fatto sta che per andare a sciare partivamo sempre la sera, sempre allo stesso orario, con le stesse soste, la stessa velocità. Quasi come se tutto facesse parte di un rituale magico da seguire alla lettera. E per me, il viaggio di notte, magico lo era davvero.
Unica sosta all'autogrill. Sapete, uno di quelli a ponte che vanno da una parte all'altra, con il ristorante, il fast food e il bar. A Novara si arrivava sempre che era già buio, perché d'inverno il sole scende in fretta, e già l'autostrada diventava il trampolino di lancio per le migliaia di scie rosse delle auto più veloci.
Appena le montagne cominciavano a farsi vicine, tutta una serie di gallerie illuminate davano il via ai giochi da bambino che la mia fantasia riusciva a creare: le luci come fantasmi, o nemici da cui nascondersi sotto ad un plaid rosso scozzese, lasciando solo uno spiraglio da cui poter controllare quanto mancava al termine della zona pericolosa e quanto alla successiva.
Poi, usciti dall'autostrada, ecco gli stomachevoli tornanti, e per allontanare la nausea della fame, un bel pisolino, tanto la strada è buia e solo i fari della macchina di papà interrompono la luce di una luna in compagnia di stelle gioiose. Curva dopo curva si arrivava su in cima, e fingendo di dormire ancora, resistendo alle carezze di mamma, mi facevo portare in braccio da papà fino a letto.
Il ritorno si faceva di giorno, e i giochi cambiavano: quello che ricordo con maggior piacere è quello dei sorpassi: semplice nella sua formula, mi accompagnava fino a casa. Unica regola era quella di contare le macchine che ti sorpassavano e quelle che sorpassavi tu. Alla fine si facevano due calcoli e si vedeva chi aveva vinto: io o gli altri.
Ora che quando viaggio decido io quando partire, a che ora, dove fermarmi e per quando riposarmi in autogrill, ogni tanto mi torna in mente il passato, e, anche se non mi nascondo più sotto una coperta o conto i sorpassi, scopro gli stessi pensieri di allora. Cerco di immaginare chi ci sia nelle auto che mi passano accanto, quali siano le loro storie, dove stiano andando e per quale ragione, chi li aspetti e se con gioia guidano insieme a me sulla stessa strada. Penso a che lavoro facciano, a che problemi li tengano in ansia. Mi piace farlo la notte perché quando è buio non riesci a vedere bene negli abitacoli, solo la luce elettrica del frontalino dell'autoradio o del cruscotto, o quella della luce di cortesia momentaneamente accesa per controllare la cartina o cercare quella maledetta bottiglia dell'acqua che si infila sempre sotto il sedile del passeggero e non ci si arriva mai.
Adoro scegliere la musica più adatta al momento e alla destinazione, soprattutto quando sono da solo e non devo contrattare con nessuno le canzoni da far passare dalle minuscole casse dell'autoradio. Di solito sono cassette mie, molto raramente scelgo qualche stazione, a meno che non ci siano partite o programmi di solo parlato, affinchè qualcuno mi tenga un po' di compagnia. C'è sempre una musica giusta per ogni situazione; quella da ritorno a casa tranquillo, quella da partenza euforica, quella che prepara ad una notte con la ragazza o quella che ti accompagna a casa dopo la sera in cui quella stessa ragazza ti ha lasciato. C'è una musica per ogni situazione, in cui le note devono seguire il ritmo dei miei pensieri e non viceversa, aiutare la mia rabbia o la mia gioia ad uscire dagli occhi che fissano la strada davanti. E poi ci sono canzoni che, per non so quale ragione, chiamano la stizza, magari quelle a cui sono più legato o quelle che maggiormente mi coinvolgono, di solito canzoni lente e d'amore.
Guidare di giorno è come stare davanti alla televisione, il parabrezza come uno schermo su cui proiettano il monotono cortometraggio del tuo viaggio. Non ci si può distrarre più di tanto dal paesaggio intorno, e colline, prati verdi o stretti tornanti passano veloci senza che tu ci faccia caso. Pensi solo a quando arriverai.
Quando viaggi di notte, invece, quello che hai intorno non conta, e anche la destinazione non è poi così importante, perché c'è solo buio attorno, così è più facile guardare quello che hai dentro. Di notte c'è sempre qualcuno, fermo all'autogrill per un caffè o al distributore automatico, per non farsi abbandonare almeno dalla fidata Camel.
Le strade sono sempre più libere, più silenziose e tranquille, ma non tristi, sembra si stiano preparando a qualcosa, forse solamente al traffico del giorno dopo.
È bello viaggiare di notte, anche da soli, padroni del proprio viaggio, tour operator di se stessi, in un'atmosfera irreale e ovattata.
Fino a quando il sole non ci risveglierà dai nostri silenzi interiori, da pensieri che spesso fanno male, dalle nostre solitudini felici.
Fino al prossimo tramonto.
Fino al prossimo fantasma in galleria.