Quei due
Quella che vi sto per raccontare è una storia che ormai non so più quante volte ho sentito uscire dalle mie labbra. La so a memoria, ma la cosa più bella è che, ogni volta che qualcuno me la chiede, mi viene in mente qualche nuovo particolare che il tempo aveva cancellato.
Non vi aspettate racconti di guerra da narrare ai nipotini davanti al caminetto acceso prima di andare a dormire o intrighi particolari o avventure consumate in angoli lontani di mondo.
È solo la storia di un ragazzo e una ragazza.
Anche se la storia di un ragazzo e una ragazza non è mai solo la storia di un ragazzo e una ragazza.
Anche perché quello non era solo un ragazzo, e lei non era solo una ragazza.
Anzitutto questa storia ha undici anni. Ma a quel tempo non è durata che pochi mesi.
Novembre 1993. Scuola cominciata da poco. Cominciata bene, anche perché a quel tempo lui era proprio un bravo scolaretto; certo, non è che studiasse tanto, ma sapete, alle medie non si deve fare poi un granchè, e poi lui era bravo a vendere bene quel poco che sapeva. Da allora non è cambiato molto.
Ad ogni modo era Novembre, e si conoscevano poco. E da poco. Giusto un “Ciao” ogni tanto, o un “Ma sai che infame la prof di storia…” e cose del genere. Avevano fatto insieme due settimane di vacanza con i frati, tipo colonia estiva. Immaginate: baita isolata nei boschi e un centinaio di bambini sul vivace andante. Si erano incontrati lì. Se devo essere sincero erano in classi vicine, nella stessa scuola già da un anno, ma lui non l'aveva mai notata. Lo scoprì solo dopo, quando tra una chiacchierata e l'altra aveva riconosciuto delle sue compagne di classe. So a cosa state pensando: se era così bella, come aveva fatto a non notarla?. No, aspettate, di certo non lo state pensando, perché mi sono dimenticato di dirvi una cosa: lei era splendida. O meglio: lei era La Splendida. Nonostante tutto non l'aveva davvero mai notata. E poi a quel tempo lui alle ragazze proprio non ci pensava. C'erano un sacco di altre cose decisamente più interessanti: la partita a calcetto dopo pranzo, i pettegolezzi con i compagni, la gita di fine anno a Strasburgo e il corso di tennis.
Va beh, era Novembre e l'aveva rivista. Il cielo era di quel grigio slavato tipicamente preinvernale, quando del sole non resta che una pallida macchia luminosa più o meno quanto quelle lampadine che si usano la notte per i bambini che hanno paura del buio. E i giorni filavano tranquilli come avevano sempre fatto fino a quel momento. Ad ogni modo era giunto il momento di farsi avanti.
Ma come?
Tredici anni di età e zero di esperienza alle spalle. I rapporti con il gentil sesso si erano sempre limitati alle classiche sfide durante l'ora di ginnastica, maschi contro femmine, e agli sberleffi all'intervallo.
Era la prima volta che a lui piaceva qualcuno, e non aveva la benché minima idea di come si facessero certe cose. E chiedere era insieme troppo umiliante e compromettente. Si sa come sono fatti i ragazzi - o, mi raccomando, non lo dire a nessuno – tranquillo, fidati – e dopo tipo un'ora tutta la scuola sa chi ti piace, e il giorno dopo ci sono già così tante leggende su di te che o hai perso il conto o cominci a crederci un po' anche tu, e scopri dalle voci che sei diventato il re dei latin lover maestri di infedeltà o lo zimbello di tutte le sue amiche.
Fu così che decise di provare a scrivere qualcosa. E fu così che cominciò a scrivere. Non ha più smesso.
Ricordo ancora la sua prima lettera, me la fece leggere in un pomeriggio durante l'ora di ginnastica, ingenua e spontanea (la lettera, non l'ora di ginnastica…), come ingenuo e spontaneo può esserlo solo un ragazzo della sua età. Beh, non era una vera e propria lettera d'amore, anche perché a quei tempi l'amore ancora non lo conosceva, e la sua timidezza gli impediva di raccontarle quanto fosse bella, quanto fosse stato illuminato dal suo sorriso così particolare e tutte quelle cose che si scrivono quando si perde la testa per qualcuno. Certo, tutti i sorrisi sono belli, e tutti i sorrisi sono anche particolari, ma quello era un sorriso diverso, perché era il suo primo sorriso. Non so come spiegarvi in che senso, ma credo abbiate già capito.
Le diede la lettera.
E a lei piacque molto.
Non si misero insieme, perché quei due non sapevano neanche come si stava insieme, cosa fare, cosa dire, dove andare e tutto il resto, così finì tutto non si sa per quale ragione dopo poche settimane. Lui smise di scriverle e restò quel rapporto di amicizia strana e speciale da cui era nato tutto.
A dire il vero io lo so perché non è nato niente, ma a dirvelo non mi credereste, e poi è una ragione così stupida che in fondo non ci credo più nemmeno io.
Finì tutto così.
Fino a Maggio.
Sì, perché a Maggio successe qualcosa di particolare. Forse perché il colore del cielo era cambiato. Ma non so cosa, e stavolta davvero non lo so, non volle mai raccontarmelo, ma forse la vide un giorno che era più felice degli altri, o solamente perché gli tornò la voglia di scrivere.
Fatto sta che ricominciò tutto da capo, ma quella era la volta buona. Si misero insieme. Oddio, nemmeno allora sapevano bene cosa volesse dire, però erano una coppia ufficiale. Essere una coppia ufficiale, dovete sapere, a quell'età, era molto facile, ma aveva i suoi costi. Dire di avere la fidanzata voleva dire piegarsi al giudizio dei compagni di giochi. E i giudizi dei compagni di giochi sono quelli che ti cambiano la vita, e sono anche i più malvagi e smaliziati. In un senso che ha davvero qualcosa di oscuro. Avere la fidanzata voleva dire che in giro si sapeva che lei era la tua tipa e tu il suo tipo. Basta così. Nient'altro. Davvero, finiva tutto lì. Va beh, ok, poi col passare dei giorni (perché le storie duravano giorni, se eri molto fortunato, non di più), col passare dei giorni, dicevo, cominciavi a stare con lei anche all'intervallo, e magari fare un pezzo di strada dopo la scuola mano nella mano, sempre che i tuoi compagni non fossero nei paraggi, perché poi le risate erano difficili da mandare giù. E così fecero anche loro, mano nella mano fuori da scuola, imbarazzati come potrebbe esserlo un estintore ad un raduno di fiammiferi, e la storia andava pericolosamente avanti. Pericolosamente perché più passavano i giorni più ti sentivi in dovere di fare qualcosa di più, e allora magari si vedevano anche in oratorio, o al parchetto, però gira e rigira senti che manca qualcosa.
Qualcosa che sai, che conosci, qualcosa che però non ti è ancora molto chiaro, che hai già visto e di cui hai già sentito raccontare.
Un bacio.
Sì, perché fino a quel momento non si erano nemmeno sfiorati.
Successe un giorno che lui decise di fare l'uomo e accompagnarla addirittura alla fermata dell'autobus, mostrando grande maturità e una buona dose di coraggio. L'autobus era la 67. Si ritrovarono fermi lì alla fermata, uno vicino all'altra. La 67 non arriva, e il tempo passa lento come olio pesante da una giara, nell'aria la scomodissima quanto evidente sensazione che debba succedere qualcosa. Lo sanno entrambi, entrambi lo aspettano, ma questo dannato qualcosa si fa aspettare troppo, tanto che un po' alla fine lui non ci spera quasi più. Sapete quelle volte in cui, cavolo, lo sapete che è il giorno giusto, l'occasione giusta, che tutto è perfetto e che non serve nemmeno sperare, perché è tutto troppo chiaro, troppo già scritto, lo sai che hai rincorso quel momento fino a restare senza fiato, un momento che finalmente è arrivato; un rigore, ma nemmeno, perché sai che hai già tirato, e la palla è già entrata in rete, l'arbitro deve solo fischiare per convalidare il gol. Beh, in questi momenti non ci sono storie. O accade quel qualcosa o non ci si può far niente. Tutto in un lampo, un tuono nel deserto che comunque fa un macello infernale.
Ad un certo punto la sagoma quadrata giallo-arancio prende forma in lontananza. Ad occhio e croce disterà cinquecento metri. Cinquecento metri. Cinquecento metri in quel punto vogliono dire due fermate, un semaforo di quelli medio lunghi e tre attraversamenti pedonali. Tempo stimato: due minuti, forse qualcosa di più. Lo hanno visto tutti e due, ma continuano a parlare. Lo hanno visto tutti e due, e tutti e due cominciano a pensare che quell'arbitro deve proprio essere cieco per non avere visto niente. Prima fermata. Continuano a parlare della scuola e dell'intrallazzo di quella di III F. Primo attraversamento. Parlano dei compiti ancora da fare per il giorno dopo e degli esercizi di mate. Secondo attraversamento. Parlano della partita a pallavolo vinta poco prima e di quel punto fatto che per poco non finiva fuori. Seconda fermata. Terzo attraversamento. Parlano dell'interrogazione di storia di sabato e di come sia palloso fare le interrogazioni o i compiti in classe proprio l'ultimo giorno della settimana quando ti senti già in vacanza e non hai voglia di fare nient'altro se non giocare con gli amici e sei solo un po' triste perché poi non ci si vede fino a lunedì. Semaforo. Ormai è quasi arrivato, il numero si legge già da un po' e ora anche il capolinea scritto tutto maiuscolo in nero sbiadito è chiaro. Verde. Parte. Cinquanta metri. Si salutano come al solito, appuntamento alle 8.00 davanti al cancelletto della scuola o, se c'è troppa gente, vicino al parcheggio delle bici. Trenta metri. Lui le dice che è proprio brava a giocare. Quindici metri.
È questo il momento in cui lui lo fa. La bacia. Sulla guancia. Poi silenzio. Poi un ciao, e un altro ciao in risposta. Infine spunta un sorriso, quel sorriso, quello di lei.
È fatta.
E a pensarci, non deve essere durato che un secondo, anche meno, però riesco ad immaginare quanta fatica e quanta paura, quanto quelle labbra fossero tese e indecise, e mi domando quanto lei abbia capito quanto aveva voglia di farlo, di sfiorarla in quel modo tanto dolce e delicato, e se lui abbia mai saputo quanto lei ne fosse stata felice e sorpresa insieme.
Siamo arrivati a giugno, tempo di pagelle, tempo di pantaloncini corti tutto il giorno e di pomeriggi passati in oratorio a giocare a calcio a due palloni e a baseball, tempo di ghiaccioli e di sbucciature su gomiti e ginocchia.
Siamo arrivati a giugno e scatta il feriale. Il feriale è quello che alcuni chiamano anche oratorio estivo, cioè dal lunedì al venerdì tutto il giorno in oratorio, riposo solo a pranzo, per la gioia delle mamme che si godono un po' di tranquillità e per la disperazione degli animatori che per almeno due settimane non hanno tempo nemmeno per ricordarsi di avere anche loro dei genitori. E feriale vuol dire che quei due possono stare insieme praticamente tutti i giorni tutto il giorno, aspettando che luglio porti con se altre due settimane a Borzago, dove si erano conosciti un anno prima.
Ma a Borzago le cose cambiano: non stanno bene insieme come qualche settimana prima, e cominciano a sentirsi lontani, e qualche volta a litigare. Borzago è sempre stato così, lo sapevano pure loro, ha sempre avuto questa terribile fama: unisce i singles, ma inesorabilmente divide anche le coppie più affiatate che ci vanno insieme. È stato così anche per loro. Lì ha avuto inizio l'inarrestabile discesa, il declino della loro storia.
Perché poi Borzago finisce, e con lui si dimenticano le scenate di gelosia e le lettere mai date.
Perché poi Borzago finisce, e Agosto lo passano lontani. Lei a Moneglia, lui in Toscana.
A settembre si sentono al telefono, ma lei ha da finire i compiti, deve studiare, non ha mai tempo, e lui con la sua ingenuità ci crede. L'incontro è rimandato, giorno dopo giorno.
Fino a metà settembre, precisamente il 13. Pomeriggio. È il compleanno di una loro amica e si ritrovano tutti davanti a scuola, davanti a quella scuola che lui ha finito e salutato con l'esame di terza solo due mesi prima. Si incontrano lì, ma il sorriso sul volto di lei ha un sapore strano. Lui sa che non è più quel sorriso. Diverso. Diverso da quello incontrato per la prima volta a quella fermata dell'autobus. E lui sa che qualcosa è cambiato. Si raccontano più o meno le vacanze e il mare, lenta salita ad un patibolo che lui ancora non conosce a pieno. Si siedono su una panchina al parchetto, lontano da tutto, dai padroni di cani che si sono messi a parlare mentre le loro bestiole vivaci si rincorrono nel prato tagliato da poco, tanto che i vialetti di cemento sono ancora pieni di ciuffi d'erba, lontano dai ragazzi più grandi seduti più in là a fumare sigarette di nascosto.
Il cielo è scuro. Peccato, perchè fino a ieri un bel sole ricordava giorni d'estate e di risate. Forse solo una coincidenza, anche se di coincidenze, nella vita di lui, ce ne sono state davvero un po' troppe dopo quel giorno. Qualche goccia scende e si prende gioco dei loro calzoncini corti, così vanno a casa del ragazzetto sempre più intristito, sempre più conscio della badilata in arrivo. Una breve passeggiata li separa da una stanza asciutta, si siedono sul suo letto
- Hai un bicchiere d'acqua? -
- Sì, te lo porto subito -
In quel bicchiere d'acqua rimane tutta la loro storia. E quel bicchiere d'acqua è rimasto impresso nei suoi ricordi meglio di qualsiasi altra cosa, in quel giorno maledetto. Ancora oggi che sono passati più di dieci anni, quando una ragazza gli chiede da bere, soprattutto se dell'acqua, sente salire un brivido freddo lungo la schiena, e ci mette un po' a ritornare col pensiero da quei ricordi lontani. Più per abitudine che non perché ci creda ancora davvero.
La storia finisce quel giorno. Tutto il resto, ormai, ha poca importanza.
Comunque, in breve, lei gli disse che aveva conosciuto un altro al mare, che lo aveva baciato, anche se non si è mai capito se fosse vero o no, si erano lasciati e lui l'aveva accompagnata alla fermata dell'autobus, certamente immerso in un'atmosfera completamente differente da quella del primo bacio. Non ce n'era stato un altro. Infine era tornato in oratorio, mostrando una spavalderia decisamente fuori luogo e di cui poi si sarebbe pentito solo qualche anno più tardi. Aveva continuato a giocare con gli altri, gioendo falsamente della recentissima riconquista della libertà. Dopo undici giorni trovò un'altra ragazza, tra l'altro quella che aveva festeggiato gli anni quel giorno, con cui passò i successivi due anni e mezzo, e con lei fu molto felice, e con lei fu un rapporto molto diverso, in cui la fisicità cominciò ad avere un peso decisamente diverso.
Con la prima ragazza non parlò per un anno intero. Troppo era l'astio cresciuto a causa di quel tradimento senza ragione. Poi la incontrò di nuovo.
Ma questa è un'altra storia ancora.
Restano tante cose belle. Come quel primo sorriso o la prima lettera di ragazzo, i ricordi di vacanze di giochi e telefonate imbarazzate dopo cena. E, perché no, anche quel doloroso bicchier d'acqua.
Tutto quello che non vi ho raccontato lo tengo per me e per quei due, perché ci sono cose che è meglio tenere segrete. Ci sono cose che non bisogna rovinare con le parole, perché spesso non si trovano quelle giuste, per quanto le si possa cercare. Ci sono ricordi che custodiremo per sempre, ma lo faremo nella malinconica solitudine delle sere passate pensando al passato, alle vecchie storie e ai primi giorni di ragazzi, a quei baci rubati in calzoncini corti e maglietta, baci al gusto di ghiacciolo al tamarindo o di caramella gommosa comprata con cinquanta lire al bar dell'oratorio.
Ci sono ricordi che avremo solo noi.