Non è una trasferta qualunque
Non è una trasferta qualunque, né una partita come le altre. In fondo non ci si gioca forse nemmeno la coppa, ma quella probabilmente non ci interessa più. Oggi ci si gioca l'onore. Davanti ci sono i moscoviti, quelli della Dinamo, gente che gioca a hockey da una vita, che sui pattini ci nasce e nell'inverno ghiacciato dell'est si trova sui laghetti ghiacciati per tirare qualche stecca ad un disco tra bambini. Davanti, ora che l'NHL è chiuso, abbiamo i Signori del puck. Insomma, oggi proprio vincere non è possibile. Ieri si è già perso, e male, una di quelle sconfitte che lasciano un ricordo sbiadito e incredulo, perché davvero non ti capaciti di quello che ti sei visto passare davanti. La sera si è fatto baldoria, distratti da qualche ragazza, un viso d'angelo o un corpo da dea, intorpiditi dal freddo e dalla birra che costa poco e se ne capisce la ragione, perché se anche io e mio fratello riesco a berne un litro, beh, allora il tasso alcolico è solo una sbiadita illusione... Non si è perso nemmeno troppo tempo dietro ad analisi post-partita, descrizioni tecniche degli errori e possibili miglioramenti, semplicemente ci si è incazzati. Pronti per la partita del giorno seguente abbiamo girato per le strade deserte di una città morta, fredda come il sole che ci ha salutato la mattina, dopo un risveglio faticoso, un risveglio balordo portato dai raggi che filtrano attraverso tende scure ma non abbastanza, spesse ma non abbastanza. Colazione in albergo e giretto a fare shopping, cercando un negozietto meno triste degli altri per portarci a casa un po' di ungheria.
Le facce italiane che si incontrano per strada sono quelle di chi vuole dimenticare in fretta, molte ormai senza speranza, alcune col sorriso strafottente e un po' sognante di chi ancora ci crede. Io sono uno di questi, perché se dopo 1000 chilometri di trasferta si smette di credere così in fretta, allora me ne torno a casa subito. Io ci credo ancora, perché magari succede qualcosa tipo che si vince oggi e si vince anche domani e si porta a casa la coppa e si festeggia tutta notte… e tante altre cose, tante altre speranze. Il palazzo ci accoglie, mille tifosi, mille voci che si fanno sentire senza dare ancora troppo fastidio. Non se ne sa un cazzo, ma il ricordo dei troppi gol presi il giorno prima è ancora forte, di quando sul quattro a niente per loro si sia cominciato a cantare a squarciagola, perché come diceva un grande capocurva “Non ce ne frega un cazzo del risultato!”, il terrore per una disfatta degna di diventar leggenda ci aspetta sulle gradinate.
Ad ogni modo il tempo non è benevolo, e inesorabile scorre per concederci quello che è diventato leggenda, ma per altre più gloriose ragioni.
Non ho tanta voglia di raccontare quello che è successo durante quei sessanta minuti con i russi, chi c'era se li ricorda ancora molto bene, chi non c'era non riuscirebbe comunque ad immaginarli; vi dirò soltanto che ad un certo punto il popolo rossoblu ci ha creduto davvero, ci ha creduto tutto insieme. Non abbiamo demeritato, e la vittoria, anche solo per il cuore che ci abbiamo messo noi e i ragazzi, forse dovevamo portarla a casa, ma il destino non sempre ci sorride, e quel giorno ci ha portato la beffa e una porta chiusa da un portiere fortunato e bravo formato saracinesca. Lacrime e bestemmie, alcune molto colorite, tuonano ancora sul ghiaccio tanto distante di quel palazzo, ma ancora più forti risuonano gli aplausi della folla, del publico avversario a quei 1000 coglioni, a quella curva di frignoni che in fin dei conti fa sempre tanta compagnia.
La sera si esce con gli occhi ancora pieni di bandiere sventolate e di tiri maledetti, immagini che lentamente sbiadiscono, confuse e scalzate dalle ungheresi che non smettono di stupirci.
Non c'è stato il miracolo, non c'è stata la coppa e nemmeno un terzo misero posto, però possiamo dire “Io c'ero quando quelle merde moscovite per un attimo si sono davvero cagate sotto”. Possiamo dirlo, e ci consoleremo così. Non è molto, ma è abbastanza.
Grazie.
Però mancava qualcosa.
C'era qualcosa che proprio non andava, un pezzo del puzzle che non riusciva a trovare e mettere a posto.
Mancava qualcuno.
Mancava una ragazza.
Le giornate si davano il cambio con monotonia, anche se era una monotonia non noiosa, perché c'era sempre qualcosa da fare, qualche posto dove andare o qualcuno da incontrare. C'erano quindi le gite in moto, le vacanze al mare o in montagna, le grigliate o i compagni di studio. Non c'era però quella svolta importante, quel salto di qualità che solo una donna può farti fare. Aveva sempre sostenuto che le persone non cambiano, se non per amore, per questo si sentiva come una tazza di cioccolata calda senza la panna montata sopra. Bene, buona: ma si poteva fare di meglio. Aveva sempre sostenuto anche che da soli si può stare bene, ma che in due è molto, molto meglio. Tutti i giorni in biblio, soliti libri, soliti esami, solite chiacchierate.
Poi arriva lei. Inaspettatamente. Spuntata da chissà dove dietro al bancone di Bonola.
- Scusa, hai un atlante stradale? -. - Certo, vieni, te lo cerco subito -
Bum.
Non sembra bellissima, di una bellezza da secondo sguardo, una di quelle di cui non ti accorgi, che non ti giri per strada a guardare. Semplice, gentile, allegra compagnia, niente sopra le righe. La classica ragazza media, quella da profilo B nei test estivi, quando non sei né troppo né poco.
D'un tratto diventa la sua Preferita. Tutti avevano una Preferita, tendenzialmente fissa. Andre, l'unico ad essere fidanzato, si salvava dalle trattative per la migliore.
Non sembra bellissima, no, ma incredibilmente affascinante.
Così lui si lascia coinvolgere, si lascia attrarre dalla sua voce, dalle sue parole.
E il pensiero di lei non lo lascia più in pace.
È un codardo, lo sappiamo bene, e i suoi amici hanno ragione, ci metterà un secolo a chiederle di uscire, ma è fatto così, lento, con le ragazze non ha mai avuto fretta, ha sempre aspettato almeno qualche certezza, qualcosa su cui puntare. Ha sempre adorato il corteggiamento, ma non così tanto per fare.
E mentre le giornate continuano a darsi il cambio con monotonia, arriva il momento di uscire, con lei e con gli altri; ma l'estate, beffarda, gioca il suo ultimo scherzo, la perde di vista, e come spesso accade, il sole si porta via insieme al cielo azzurro anche quel sorriso. Strade diverse. Parole diverse. Altri ragazzi, altre storie, lasciando solo un pallido ricordo di quello che poteva essere e invece non è stato più, nato per un atlante stradale e dimenticato sulle strate percorse grazie a lui.