La cicatrice

 

Le prime cicatrici ce le facciamo da piccoli. Le prime cicatrici ci raccontano quanto siamo stati incoscienti. Le prime cicatrici sono quelle sulle ginocchia, fatte quel giorno in cui papà era convinto fosse giunto il momento di togliere le rotelle dalla bicicletta. I segni da bicicletta, se ci sono, dimostrano o che papà si sbagliava o che poi ci abbiamo preso troppo la mano, che a pretendere troppo da quella mountain bike ci si fa male, che quel fosso era davvero troppo grosso e che ci aveva visto giusto quel tuo amico che credevi solo un fifone.


Ma le prime cicatrici sono anche quelle che dimentichi più in fretta, perché poi le ginocchia e le mani diventano protagoniste di scontri epici al campetto dell'oratorio fatto di ghiaia e polvere. Andare in oratorio voleva dire anche tornare a casa con i calzoncini strappati e le calzette bianche rosse di sangue perché coi falli non ci si andava troppo per il sottile, ed era sempre meglio cadere e ruzzolare che andare a sbattere contro il difensore.


Poi ti accorgi che non sei più un bambino, e con te cambiano anche i segni che porti addosso, e ogni cicatrice comincia a diventare importante, cominci a darle un significato particolare. Perché ci sono tagli banali, ma ci sono anche segni di cui vai fiero, segni che raccontano storie.


Ognuno ne ha qualcuno a cui tiene particolarmente. È come quelle magliette che non vuoi buttare via perché ce l'hai da anni e ormai ci sei troppo affezionato o perché te l'ha regalata una tua ex a cui tieni ancora; quelle magliette ormai infeltrite così tanto che il cotone sembra carta vetrata e le maniche sono deformate e il collo tutto smangiucchiato tipo invasione biblica di topi.


Infine ci sono quelle cicatrici che rappresentano quasi un'iniziazione rituale: il taglio fatto perché era la prima che usavi un coltello da campeggio, o la prima cicatrice da motociclista che ogni volta ti ricorda che non devi andare troppo forte e che sulle rotaie si scivola anche quando non piove. Lo sbrego sul mento della prima barba che ti sei fatto di corsa, quando hai capito che il rasoio elettrico magari non funziona così bene, ma è decisamente meno pericoloso.


Ci sono cicatrici di cui vai fiero, altre molto meno, ma sono cartoline e foto che ti porti addosso, perché “ogni cicatrice è una traccia incancellabile, un ostacolo all'oblio, un segno che fa del corpo una memoria” (Galimberti, 1983).


In fin dei conti è sempre roba tua.