Andare a votare

 

Ogni volta che vado a votare mi viene in mente la mia infanzia, quando ai seggi ci andavo solo per accompagnare i miei genitori. Votavano nella mia scuola elementare, che, in quei casi, ci regalava un giorno di vacanza, il sabato, per preparare il necessario per montare le varie cabine e liberare le classi dai banchetti e dalle seggioline minuscole di bambini dai sei agli undici anni.


Arrivavamo tutti e quattro, io e mio fratello portati per mano da mamma e papà, l'immagine della famigliola felice in gita, una gita lunga giusto il tempo di attraversare la strada, agli ordini e sotto il controllo di un vigile attento armato della sua paletta bianca e rossa. E, in effetti, una volta varcata la grande porta di ferro battuto e vetri spessi della scuola, l'atmosfera era proprio quella della gita, perché l'edificio in cui si accedeva era totalmente diverso da quello in cui si andava il resto dell'anno. Per prima cosa mancava quel caratteristico vociare, ridere e lamentarsi di noi marmocchi vivaci e insofferenti, quel correre per i corridoi senza farsi vedere dalle maestre, quel profumo di merendina al cioccolato o succo all'albicocca.


Dopo lo scalone che portava alla porta di ingresso, ad accogliere le persone non c'era la solita bidella panciuta insaccata nel suo grembiule blu, ma un sorridente poliziotto che, per chissà quale ragione, controllava la situazione. Non ho mai capito perché. Tutto sembrava così sereno, così rilassato. Ad ogni modo si guardava il numero da seguire, e poi, sempre in fondo al corridoio, proprio vicino alla palestra dove si faceva ginnastica, ecco il seggio giusto. Era lì che cominciava il mistero, perché io e mio fratello restavamo fuori, completamente allo scuro di quanto potesse accadere dentro la IV° A; tempo un minuto e uscivano, così come erano entrati. Solo un minuto, ma quel minuto per me rappresentava tutto. In quei sessanta secondi circa poteva davvero essere successo qualunque cosa. Solo un minuto, e poi si tornava a casa.


Passano gli anni e si arriva alla maggiore età. Passano gli anni e il conto alla rovescia si avvicina sempre di più allo zero, sempre di più a quel “ora tocca a me”.


La prima volta sei tesissimo. Ricordo di essere entrato salutando tutti, spavaldo, per poi chiedere con estremo imbarazzo “Cosa devo fare?”. La ragazza mi guarda, per un attimo non capisce. Sotto di lei un semplice foglio di carta con la scritta “DONNE” mi suggerisce l'errore. Mi giro, vado verso “UOMINI” e rifaccio la stessa domanda. Mi mettono in mano credo una dozzina di schede, tutte accuratamente ripiegate e di colore diverso. Uno di quei referendum in cui si vota per abrogare quasi qualunque cosa, e “Prego. Cabina 2”.


Ecco cos'era quel minuto. Una matita che non si cancella e della carta colorata. Sembra troppo semplice, troppo facile e immediato, quasi scontato. Sembra, ma non è così. Perché poi quando imbuchi quelle schede, ti senti soddisfatto, non foss'altro che per essere riuscito a ripiegare tutto nello stesso modo in cui te lo avevano dato.


Ritiri la carta d'identità, saluti di nuovo tutti. Poi vai via. Un minuto, quel minuto, e torni nel corridoio con in fondo la palestra che non vedevi da anni, sempre uguale, sempre la stessa, con gli appendini bassi per i grembiuli e i disegni di bimbi attaccati alle pareti.