A Milano non fa mai buio

 

A Milano non fa mai buio.

Pensaci. Da qualche parte c'è sempre un lampione acceso, o una vetrina, o un'insegna.

Per chi non conosce Milano di notte, provo a descrivere la sensazione di girare quando il sole ha salutato anche i tetti delle case più alte.

Innanzitutto cambiano le strade: stremate dal traffico cittadino, esauste sotto il peso di migliaia di automobili, moto, scooter e autobus, la sera cominciano a rilassarsi, pregustando un riposo che, tempo poche ore, porterà loro solamente l'assaggio di qualche solitario pneumatico carico di speranze di divertimento o il sogno di una serata diversa. O solamente il viaggio verso una notte d'amore più o meno costoso. Con le macchine, fugge dalla città anche il rumore di ogni lavoro, di ogni professione, lasciando un silenzio che in fondo silenzio non è, perché completamente diverso da quello che puoi sentire in montagna, o semplicemente in provincia. A Milano il silenzio nasconde sempre un ronzio, il rombo lontano di una macchina o una delle tante sirene di ambulanze.

Una ragazza, una sera lontano, mi disse: “cavolo, ma da voi non fa mai buio!”. Aveva ragione, ma l'ho capito solo qualche settimana dopo quella frase, quando l'ho accompagnata a casa. Abitava in piena campagna, in uno di quei mille paesini nati in mezzo al nulla e cresciuti di poche decine di case soltanto, giusto fino ad arrivare al villaggio vicino, tipo quando ti trovi al cartello bianco col nome del paese barrato di rosso e dopo cento metri ne trovi subito un altro uguale ma con un nome diverso. Beh, lei abitava lì. E la notte era davvero notte. Nel senso che la macchina sembrava viaggiare nel nulla, accompagnata sulla strada solo dal fascio intimorito di due fari che a tentoni cercavano sull'asfalto la sottile linea bianca che ti separa da un campo, o, ancora peggio, da un fosso. Laggiù, se spegnevi i fari, davvero intorno era come se non ci fosse più nulla, una lavagna tipo quelle delle elementari quando le hai appena lavate.

Tornando a casa, in autostrada, pensavo alle sue parole, ma subito dopo il casello già i lampioni si presentarono a ricordare che ero tornato nella città della luce eterna. Un semaforo, anche se a notte inoltrata, comunque lampeggia arancione, e le vetrine dei grandi magazzini sono illuminate anche se tutti i negozi sono chiusi.

Per questo, quando mi siedo sul davanzale della finestra della mia stanza, per la tradizionale sigaretta della buonanotte, ripenso sempre a quanto mi disse quella ragazza, e la strada deserta mi ricorda lei, insieme ai lampioni accesi e al cielo. Un cielo che sì, è blu scuro quanto vuoi, ma mai nero, con le sue stelle piccole che di romantico hanno poco, se non il ricordo di qualche bacio rubato passeggiando lungo il naviglio o la ripa.

Ecco, sul naviglio la notte è tutta diversa, perché dove c'è un locale aperto c'è anche qualcuno che sfida il sonno per una dose supplementare di divertimento, per una birra in compagnia o solamente per festeggiare un compleanno o un anniversario. Quindi effettivamente c'è gente che si muove, ma la differenza sta nel tipo di movimento, nel come la gente si sposta sulla strada.

Di giorno la guida è quella classica del milanese nervoso e incazzato. Quello che ti insegnano a scuola guida ci metti ben poco a dimenticarlo, pronto ad estrarre nuovamente quei sensati accorgimenti solo quando ti trovi di fronte ad un parcheggio particolarmente ostico e non hai voglia di sudare sul sedile. Tutto il resto lo fai con la guida standard che si impara da quando la patente ti viene rilasciata da un istruttore che, ingenuamente, spera e confida nel buon senso degli insegnamenti che ha cercato di passarti con le ore passate dietro al volante di una macchina dai doppi pedali e dalle frecce sempre precise e puntuali. Da quel momento chi comincia a girare per Milano, di giorno, subisce una repentina quanto necessaria mutazione: quella che lo porta alla guida, come dicevo prima, nervosa e incazzata. Perché se guidi a Milano impari che le precedenze non si hanno in base ai cartelli. A Milano le precedenze o le prendi o le perdi. E le strisce sono solo un curioso modo per rompere la monotonia dell'asfalto, altrimenti di un nero ininterrottamente triste e mogio. È così che impari a guidare, nella strada che diventa una eccitante prova di sopravvivenza oltre che ad un gustoso momento per esorcizzare la stanchezza, lo stress o una recente litigata sfogando sul clacson tutto il nervosismo nascosto sotto pelle. Perché suoni a chi va piano, non a chi guida male. E tendenzialmente chi va forte è quello che guida peggio. Ma tant'è.

La notte invece scopri che quell'istruttore non è stato proprio completamente dimenticato. Certo, le frecce magari non le metti tutte, ma almeno le macchine riacquistano quella fluidità che i semafori tendono a rompere, costringendo l'automobilista medio a incunearsi in qualunque anfratto libero a disposizione, torturando la frizione in un tira-molla terribile. Di notte riesci a mettere anche la terza, magari non perché ce ne sia bisogno, magari solamente per ricordare a te stesso e al tuo amato/odiato mezzo che esiste ancora.

Dove c'è un locale c'è anche gente a piedi che cammina spensierata sul marciapiede, lentamente si dirige verso un'insegna illuminata, tanto o poco ma comunque illuminata, ridendo e chiacchierando, parole non più nascoste dai rombi di scarichi impazziti che urlano. Luce anche lì, quindi.

La notte a Milano deve essere accompagnata da una musica particolare, soprattutto quando sei solo, o pensieroso. La musica della notte a Milano è la musica da piano bar, quella che ti accompagna senza disturbare l'incessante flusso di pensieri che ti segue guidando, musica al neon blu. Poi c'è sempre quello che ti sfreccia vicino con la sua macchinetta lucida lucida e la radio a palla dopo un pomeriggio passato all'autolavaggio, finestrini giù e braccio mezzo fuori – quanta verità nelle vecchie canzoni degli 883 - la bestia da ballo in pole position per entrare in qualche discoteca.

Ma se ti vuoi gustare la notte, se la vuoi respirare davvero, beh, hai bisogno di tutt'altre note a farti compagnia. Lo senti tu in prima persona.

Perché poi, il giorno dopo, sarai di nuovo uno dei tanti annegati nel traffico della circonvallazione, l'aria sull'asfalto che trema come alla partenza di un gran premio, solo che la sfida sta nell'arrivare puntuale in ufficio. E stai sicuro che quella, a Milano, quando il traffico si fa sentire davvero, beh, quella sì che diventa davvero una sfida da campioni.

Per questo la sera non riesco a non aprire la finestra e dare anche solo uno sguardo là fuori, per l'ultima sigaretta della giornata e per ricordare quelle parole lontane.

Aveva ragione.

A Milano, buio, non lo fa mai.